Giovanni Zuccaro Solo un altro prosumer targato WordPress

9nov/102

Per chi ha sempre voluto il megafono


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La voce è il veicolo, o medium, più efficace di espriere le proprie idee, emozioni e sentimenti. Strillare rappresenta il modo più semplice per guadagnare l’attenzione degli altri e far ascoltare la propria voce: facile farlo nel mondo fisico, molto più difficile, invece, nel mondo virtuale. Prima di tutto il mondo virtuale non si dimostra di facile comprensione per tutti gli utenti che lo popolano ed in seconda istanza, la voce non è il principale medium, o strumento, attraverso cui le informazioni vengono scambiate in rete. Alla voce, infatti, si preferisce di gran lunga la scrittura.

Negli ultimi 20 anni i numerosi tentativi, soprattutto accademici, di definizione e classificazione d’uso degli spazi virtuali ha messo in evidenza la forte dipendenza che la natura di questi ultimi ha, rispetto alla tipologia di utenza che li popola. La rete acquisisce una valenza realmente sociale, di spazio in cui confrontarsi, quando permette l’aggregazione di utenti attorno alla pubblica discussione di qualsivoglia argomento. I cosiddetti social media, sintesi di tecniche e strumenti 2.0 come Wikipedia, MySpace, FlickrTwitter e YouTube solo per citare i più famosi, hanno enormemente facilitato l’interazione online permettendo ad un’utenza sempre più ampia e variegata di accedere al mondo virtuale, ricco di spunti, elementi e nuovi spazi da colonizzare. Se, da un lato, testi come Neuromancer di Gibson e The singularity is near di Kurzwell ci fanno sognare orizzonti infiniti in cui finalmente l’emancipazione e l’autodeterminazione la fanno da padrone, dall'altro la conoscenza (e le possibilità) che gli strumenti attuali ci offrono è ben più limitata ed empirica.

Le dinamiche aggregative nei social media (o almeno quelle che non trovate mai citate nei vostri blog di fiducia)

Il confronto stimola la mente, ne avvalora le idee e talvolta le sovverte.

Il confronto stimola la mente, ne avvalora le idee e talvolta le sovverte.

È opinione diffusa, ma comprovata dai fatti, che le scelte fatte da un gruppo moderino gli eccessi e ottimizzino le soluzioni dei singoli. Casualmente, ma non troppo, è lo stesso modello adottato da piattaforme di social bookmarking come Digg, Reddit, Stumbleupon e Facebook.  Lon Safko, cui va il merito di aver scritto la prima Social Media Bible, indica alcuni ingredienti essenziali per una strategia vincente nei social media: incoraggiare, stimolare ed utilizzare contenuti user-generated, ovvero scritti dagli utenti (possibilmente altri da noi).

La parola ed il suo uso sono centrali, quindi, sia nella produzione di contenuti fruibili che nell’indicizzazione, ovvero l’attribuzione di un indice di rilevanza ad un determinato contenuto, al fine di facilitarne la ricerca ed il reperimento da parte di altri utenti. Ambedue le fasi sopra descritte non sono di immediata comprensione, né di facile implementazione tecnica. Tuttavia, la validità dell’enorme sforzo cooperativo richiesto dall’uso dei social media trova una sintesi perfetta nel termine "Master Mind" (o "Grande Mente") coniato già sul finire degli anni ‘20 da Napoleon Hill: ovvero la maggiore capacità di un gruppo di persone che collaborano alla risoluzione un dato problema della semplice somma delle capacità dei singoli. Se i singoli sono disposti a mettere in secondo piano le aspettative personali e a guardare allo scopo comune come al principale obiettivo da raggiungere, secondo Hill, è davvero possibile raggiungere obiettivi impensabili e fuori dalla portata dei singoli in quanto tali.

Ma non è sempre oro ciò che luccica, si sa. Il principale effetto collaterale, studiato e verificato sul campo già a partire dagli anni ‘70 nei lavori di Irving Janis, riguarda il "groupthink" o "pensiero collettivo": è sistematica all’interno di gruppi, definibili come sistemi chiusi, la tendenza a forme omologate e stereotipate di pensiero. In questo caso, un leader (vogliamo attualizzarlo, rispetto al mondo 2.0 e chiamarlo guru?) e la maggioranza dei membri del gruppo posseggono un’opinione preconcetta e la fanno valere al di là di qualsiasi dissenso o obiezione, influenzando il resto del gruppo. Il rischio più evidente ed immediato è, ovviamente, quello di prendere decisioni irrazionali e lontane dalla realtà delle cose, benché condivise e magari discusse.

Come si diventa un influencer?

Chiamar le cose con il loro nome è l’inizio della saggezza.

Chiamar le cose con il loro nome è l’inizio della saggezza.

Di recente, un gruppo di ricercatori degli HP Labs ha svolto un'interessante ricerca dal significativo titolo "Influence and passivity in Social Media", seguendo il sentiero già tracciato in precedenza dai lavori sulla semantica di Peter Mika e Frank van Harmelen.

Nel settembre 2009 il team ha analizzato per 300 ore continuative, i dati forniti dalle Search API di Twitter, acquisendo solo i tweet contenenti la stringa "http", ovvero quelli con un URL al loro interno. Dei 22 milioni di tweet acquisiti, quindi, sono stati individuati gli autori e, per ogni autore, è stata recuperata, attraverso le Search API, sia la lista dei followers che dei followees. Questi dati di minima hanno permesso ai ricercatori di disegnare una vera e propria mappa delle relazioni sociali che è stata successivamente analizzata sulla base di 4 punti fermi:

  • l'influenza di un utente dipende dal numero di utenti su cui viene esercitata e dalla loro passività;
  • l'influenza di un utente dipende dall'attenzione delle persone su cui viene esercitata nei confronti di un utente rispetto a tutti gli altri: ovvero è maggiore se le persone in questione dedicano molta attenzione ai contenuti di un particolare utente rispetto ai contenuti di tutti gli altri;
  • la passività di un utente dipende dall'influenza degli utenti a cui è connesso, ma dai quali non è direttamente influenzato;
  • la passività di un utente è inversamente proporzionale alla sua influenza.

È evidente che il concetto di influenza (di pochi) è associato e correlato a quello di passività (di molti): l'utente medio della ricerca, infatti, retwitta solo 1 URL ogni 318 contribuendo a dipingere sé stesso come un utente passivo, un consumer che non produce alcun contenuto, ma che si limita a fruire di quelli che gli piovono addosso e che lui considera più attendibili. Di conseguenza avere un elevato numero di followers potrebbe rappresentare una barriera, piuttosto che un vantaggio, dal punto di vista della propagazione di un messaggio, poiché la gran parte di quei followers saranno passivi.
Una sorpresa per la fiorente industria nata attorno alle tecniche e ai metodi per acquisire followers sempre nuovi, additandone il numero totale come indice unico di successo e valore. In realtà, conclude la ricerca, la correlazione tra popolarità e influenza è molto più debole di quel che si pensa, perfino più debole di quella espressa della regola aurea dei social media: 1 (produce) : 10 (commentano) : 89 (si limitano a leggere).

Niente paura, ci pensa il guru!

Non siamo ciò che diciamo, siamo il credito che ci danno.

Non siamo ciò che diciamo, siamo il credito che ci danno.

La pratica consolidata, che con un pizzico d'invidia porta i 10 commentatori di cui sopra (e qualche mente tra gli altri 89) a tentare la scalata all'1 che produce contenuto, spinge l'influencer ad elevarsi al ruolo di guru. Seppure sia un'etichetta che il più delle volte viene affibbiata dal popolo dei followers all'eletto, di fatto quest'ultimo non fa nulla, o quasi, per tirarla via.

Ah, il guru! Sinonimo sanscrito di maestro o precettore, metafora moderna di guida e massimo esperto.

Purtroppo non esistono dati certi, né albi professionali, per discriminare un guru dalle dubbie capacità rispetto ad un esperto di settore dalle capacità certe.
Le uniche discriminanti possono essere rintracciate in un pizzico d'esperienza e nel buon senso. In effetti anche delle credenziali verificabili sarebbero utili.
Acquisire esperienza, infatti, è un processo che richiede tempo, dedizione e costanza, tre fattori che difficilmente permettono di acquisire una significativa esperienza in maniera trasversale, così come richiede il campo applicativo dei social media. Non è sufficiente affidarsi ai corsi in audiocassetta.
Ancora, una delle principali doti di ogni buon maestro dovrebbe essere il saper ascoltare, prima ancora di cercare il confronto. Parlarsi addosso, senza conoscere e cercare di capire chi si ha davanti è molto spesso sintomo di presunzione o egocentrismo, quasi mai di padronanza della materia che si sta trattando, ancor più oggi, dal momento che i social media stessi forniscono a chiunque sappia utilizzarli, una quantità infinita di materiale per suggerimenti e guide how-to. All'atto pratico, è impensabile che un guru possa realmente sapere di cosa sta parlando se, ad esempio in Twitter, non è egli stesso un follower dei propri follower.

Tenendo fermo il fatto che il contenuto online, inteso come originale, ben strutturato e presentato in maniera efficace, può costituire una solida base su cui fare buzz, ovvero il chiacchiericcio e il passaparola in rete, la storia dei beni non fisici parla di svalutazione. Le notizie ed i contenuti messi in rete da chicchesia non sono estranei a questa sorte, ovvero il loro valore è massimo al momento della pubblicazione e va attenuandosi, fino a scemare, con l'andare del tempo.

Un'altra componente critica dei social media rientra nella categoria dei beni non fisici: il sistema tecnico tramite cui è possibile scambiare il contenuto, ovvero l'insieme dell'hardware di rete ma, soprattutto, del software che gli utenti usano quotidianamente. Banalizzando, possiamo fare riferimento a quest'insieme come piattaforme, le stesse già citate all'inizio di questo articolo. Proprio come il loro contenuto, il valore delle piattaforme diminuisce con il tempo e l'unica cura, così come per il contenuto, è il cambiamento, inteso come aggiornamento e adeguamento alle necessità dell'utenza.

Dunque, se panta rei sembra essere l'imperativo dei social media, quale guru può effettivamente farsi carico dell'ingombrante mansione di dominare, quando non addirittura anticipare, gli sviluppi dei social media?

La realtà, au contraire, è che ciascuno è guru tanto quanto gli altri: è difficile acquisirne coscienza, ma ogni guru, in fondo, sa che è bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio (e senza megafono).

Commenti (2) Trackback (0)
  1. Che bell’articolo! Sono da poco entrato nel mondo della blogosfera (con annessi e connessi – vedi social vari – ), e devo ammettere che è fin troppo facile farsi prendere la mano e scrivere qualunque cosa venga in mente, esattamente come potrebbe capitare con un megafono in mano in cui possiamo urlare ciò che ci pare.
    Bene, con tutte le premesse dell’articolo (a proposito, complimenti per le fonti), credo che le tre ultime righe siano illuminanti.
    E dire che ero passato di qua solo per chiederti se stavi già lavorando alla traduzione di lightword nella sua ultima versione!
    Complimenti sinceri.

  2. Ciao Guter. E’ un piacere trovare commenti come i tuoi, a dirti il vero.
    La traduzione è work in progress…causa tempo scarso…ma non tarderà ad arrivare.

    Ti faccio un grande in bocca al lupo per i tuoi prossimi passi nella blogosfera e spero di rileggerti presto (intanto mi premuro di seguire http://www.inspiratio.it).

    Grazie ancora.


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